Pensare l’ufficio

23 agosto 2011
La luce Le piante Il colore Il legno Il vetro La pelle Il tessuto Scegliere la poltrona

La luce in ufficio

Il comfort visivo
L’illuminazione è un elemento fondamentale per garantire il confort in ufficio e per un lavoro agevole dell’operatore. Vi è infatti uno stretto legame tra la luce di un ambiente e la produttività: l’operatore che si trova a lavorare in un ufficio bene illuminato riesce a svolgere in modo più semplice e piacevole la propria attività da cui deriva un percepibile aumento delle prestazioni e della soddisfazione.
Fondamentale è sfruttare nel migliore modo possibile le fonti di luce naturale presenti quali finestre o lucernari. In questo modo il corpo e la mente riescono a dare una dimensione temporale alle ore che trascorrono. Non sempre però si ha la fortuna e la possibilità di lavorare nelle vicinanze di una finestra. In questo caso occorre fare in modo che la postazione di lavoro abbia una corretta illuminazione. Il raggiungimento del comfort visivo e del conseguente benessere psico-fisico dei lavoratori può essere raggiunto e migliorato mediante il corretto posizionamento delle lampade e il giusto mix di luce. Uno studio ottimale di illuminotecnica è fondamentale per far si che la luce all’interno degli ambienti di lavoro sia il più possibile similare alla luce naturale, con una giusta proporzione di contrasti tra luce e ombra.
Per prima cosa è necessario partire dalla posizione delle postazioni di lavoro per studiare la dislocazione dei corpi illuminanti in modo da evitare abbagliamenti o oscillazioni di intensità nel corso del tempo. Per questa ragione è uso consueto combinare tipi differenti di sorgenti luminose, alternando ad esempio lampade fluorescenti a lampade alogene, generando una buona luce garantendo un giusto bilanciamento tra luce diretta e luce indiretta. Gli apparecchi di illuminazione si armonizzano comodamente con l’arredamento dell’ufficio senza creare un vistoso impatto antiestetico, garantendo una lunga durata delle stesse e minori interventi di manutenzione. La continua evoluzione tecnica del settore ha permesso di raggiungere ottimi risultati anche dal punto di vista del risparmio energetico con una notevole riduzione dei costi e delle spese.
Ultimo aspetto, ma non per questo da sottovalutare, è la diminuzione dei rischi di infortuni sul lavoro data dalla corretta illuminazione degli ambienti.

Il progetto illuminotecnico
Un buon progetto di illuminotecnica deve tendere a migliorare e potenziare l’interno per rendere più adeguato il design finale. Lavoro, relax e svolgimento di un impegno qualsiasi sono tutte attività che richiedono luce. L’illuminazione è uno degli elementi più importanti di qualsiasi interno e la predisposizione di una soluzione adatta deve essere già presente nelle fasi iniziali del progetto. Se l’energia elettrica non arriva nei punti utili e senza un’idea di come ottenere gli effetti luminosi voluti, il risultato finale potrebbe non essere soddisfacente.

Che cos’è la luce?
Tutte le fonti di luce, sia naturali che artificiali, erogano le lunghezze d’onda dei corrispondenti colori dello spettro. Queste si combinano a formare la luce bianca. Quantità variabili di lunghezze d’onda determinano il colore della luce, la sua temperatura e la nostra percezione del colore. Nel considerare un progetto d’illuminazione di un qualsiasi interno è importante disporre di alcune informazioni riguardanti le fonti luminose utilizzabili e l’impatto che producono sullo spazio.

Superfici brillanti e riflettenti
Nel progettare uno schema di illuminazione è opportuno tenere conto dei colori delle superfici situate all’interno dello spazio. I colori chiari, più riflettenti, aumentano la luminosità delle superfici e il livello di luminosità mentre quelli scuri assorbono la luce. Questa perdita di luce riduce la luminosità percepita dello spazio rispetto a quella di uno spazio dai colori più chiari con gli stessi sistemi di illuminazione e le stesse lampadine. La resa del colore si riferisce alla maniera in cui la luce influisce sul colore delle superfici in uno spazio oltre che alla sua capacità di distribuire il colore.

Lampade
Il termine “lampade” non indica i sistemi di illuminazione da tavola quanto piuttosto le lampadine. Ne esistono di svariati tipi e dimensioni. Le fonti di luce artificiale e le lampadine si dividono in varie categorie, a seconda del modo in cui producono la luce.
A incandescenza. Queste lampade producono luce perché l’energia elettrica riscalda il filamento, rendendolo incandescente. Sono ampiamente usate nell’Europa del Nord e nel Nord America per l’illuminazione residenziale e producono una luce calda. La luce naturale del giorno contiene l’intero spettro del colore e quindi tutte le lunghezze d’onda relative. Le lampadine a incandescenza sono la scelta migliore in termini di luce artificiale se la resa del colore è importante. Per contro, esse sono inefficienti e hanno una durata relativamente più breve poiché il filamento per l’uso si degrada fino a spezzarsi.
Fluorescenti. Nelle lampadine fluorescenti la luce è prodotta quando la corrente elettrica reagisce con il rivestimento in fosforo al loro interno. La quantità e il tipo di rivestimento in fosforo influiscono anche sulla temperatura e sulla resa del colore di queste lampadine. Le lampadine fluorescenti sono disponibili in vari formati per soddisfare tutte le esigenze di illuminazione e sono più efficienti di quelle ad incandescenza.
A scarica ad alta densità. Le lampade a scarica o a luminescenza producono luce con il passaggio della corrente attraverso vari gas o vapori. Prive di filamenti che si deteriorano, hanno una maggiore durata e sono molto più efficienti perché necessitano di minore energia dei tipi a filamento per produrre un analogo livello di luce. Tipo e pressione del vapore gassoso definiscono sia la temperatura che la resa del colore delle lampade. Le lampade contenenti sodio a bassa pressione producono la luce gialla dei lampioni stradali mentre quelle con mercurio ad alta pressione sono usate nelle situazioni in cui la luce deve essere più bianca e rendere in maniera più precisa le tonalità del colore.
Oltre a quelle più comunemente usate, vi sono alcune lampade che producono luce quando l’elettricità reagisce con i gas contenuti nell’involucro di vetro: lampade a scarica. Altri tipi, che producono luce sfruttando il fenomeno della magnetizzazione, sono dette a induzione: entrambe vengono usate in schemi in cui efficienza e durata sono importanti. Raramente sono usate nell’illuminazione residenziale.
LED e fibre ottiche. Queste fonti luminose convogliano la luce nello spazio in vari modi ma condividono il vantaggio di rimanere fredde al tatto e di avere bisogno di una manutenzione limitata. Questo permette di illuminare punti difficilmente accessibili con altre lampade.

Gli apparecchi da illuminazione: tipologie

Lampade da incasso

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Lampade a soffitto

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Proiettori

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Lampade a sospensione

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Lampade da parete

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Lampade da tavolo

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Lampade da terra

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Lampade da esterno

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Led

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È tutta questione di luminosità?
La luce si misura in unità lux e possiamo determinarne l’intensità in un dato spazio calcolando il livello di lux. Per quanto sia un valore numerico, spesso non ci dice in realtà come sarà la luce. Inoltre, la percezione della luminosità è soggettiva. Molto spesso gli schemi di illuminazione sono progettati in base a una griglia di luci sul soffitto che illuminano uniformemente lo spazio.
Questo però non tiene conto di elementi come la disposizione degli arredi e le caratteristiche artistiche o architettoniche con conseguente perdita di atmosfera. Un utile esercizio è osservare gli schemi luminosi degli spazi che vi piacciono. Cercate di capire come sono stati posizionati i sistemi di illuminazione e notate come sono stati usati per migliorare i vari elementi.

Presentare le idee
Illustrare gli effetti luminosi non è sempre facile. Un modo possibile è quello di realizzare delle immagini virtuali che tuttavia sono di laboriosa realizzazione. In alternativa raccogliamo le immagini degli effetti proposti in una scheda concettuale dell’illuminazione con la quale mostriamo la nostra idea. La posizione dei sistemi e dei circuiti di illuminazione viene generalmente riportata su una pianta dei punti luce con l’inserimento delle simbologie dei vari componenti presenti e relativa legenda. I simboli sono quindi collegati tra di loro a formare i circuiti.

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Le piante in ufficio

Le piante, con particolare riferimento a quelle idonee a vivere in appartamento o in ufficio, oltre ad essere un elemento di arredo, hanno l’importante ruolo di depurare e sanificare l’aria che respiriamo. Ciò perchè gli ambienti in cui viviamo spesso esalano silenziosamente inquinanti pericolosi come formaldeide, ammoniaca e benzene provenienti da vernici, detersivi, fumi, pareti, materiali plastici. Il loro utilizzo è utile quindi a combattere la cosiddetta “sindrome da ufficio malato”.

Felce di Boston
(Nephrolepis exaltata)

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È la migliore pianta in grado di rimuovere la formaldeide presente nell’ambiente con un tasso di 20 mcg/ora.

Areca
(Chrysalidocarpus lutescens)

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In grado di rimuovere circa 19 mcg/ora di xilene e toluene dagli ambienti.

Spatifillo
(Spathyphyllumwallisii)

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È in grado di rimuovere 19 mcg/ora di acetone, ma anche 13 mcg/ora di metanolo, 7 di benzene, 5 di ammoniaca e 3 di formaldeide.

Anturio
(Anthurium andreanum)

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L’anturio è senza dubbio la migliore pianta per la purificazione da ammoniaca (10 mcg/ora rimossi) unitamente ad una buona attività su xilene e toluene (8 mcg/ora).

Dracaena marginata

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Un tronchetto molto elegante dalle ottime capacità depurative. Rimuove infatti 10 mcg/ora di xilene e toluene, 8 mcg/ora di formaldeide e altri inquinanti minori.

Edera variegata
(Hedera helix variegata)

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Indicata anche per essere posizionata in una ciotola accanto al computer, questa pianta dalle foglie bianco-crema può assorbire fino a 12 mcg/ora di formaldeide.

Chamaedorea elegans

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Resistente a qualsiasi maltrattamento questa palmetta nana è adatta anche ad ambienti poco illuminati. È in grado di assorbire 6 mcg/ora di ammoniaca.

Aglaonema crispum

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Pianta robusta ed elegante, se esposta per lunghi periodi in ambienti inquinati, ha la caratteristica di incrementare nel tempo la sua capacità di assorbimento di tossine (ad esempio, 7 mcg/ora di formaldeide).

Sansevieria trifasciata

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Pianta che continua a svolgere una leggera attività di sintesi anche durante la notte. Si rende quindi molto adatta per l’impiego in stanze affollate o spesso chiuse.

Ficus beniamina

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È la più conosciuta tra le piante d’appartamento. Nella varietà a foglie d’oleandro è una buona consumatrice di formaldeide (12 mcg/ora).

Falangio variegato

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Robustissima piantina caratterizzata da una grande capacità indifferenziata di assorbimento di inquinanti ambientali negli ambienti chiusi (per esempio 7 mcg/ora di formaldeide).

Aloe vera

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Questa bellissima pianta ha elevati poteri di assorbimento di anidride carbonica e formaldeide

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Il colore in ufficio

Colori e interni
Il colore è molto più di un semplice fatto estetico. È vitale per trarre informazioni dagli ambienti e per muoverci al loro interno. Esso viene generalmente usato in maniera pratica, decorativa e architettonica facendo nascere nell’ambiente un senso di luogo e di identità. Il suo uso armonico ne fa uno dei principali elementi di design per trasformare spazi e progetti di interni.
Anche nello scegliere i tessuti o le vernici per un ambiente, il colore ha un ruolo molto importante nella modellazione dello spazio. Il colore infatti alleggerisce ed appesantisce gli oggetti, rende gli ambienti più caldi o più freddi, fa avanzare o retrocedere le superfici. Generalmente, colori caldi come il rosso e il giallo tendono a farle avanzare, mentre quelli freddi, come il blu e il verde, le fanno retrocedere. Inoltre una superficie brillante avanza, una opaca indietreggia. In ogni caso però il colore è un fatto soggettivo, si basa sulle preferenze personali e sul senso estetico.

Teoria dei colori
I colori si ottengono mescolando i tre colori primari (rosso, giallo e blu). Dall’unione di due colori primari si ottengono i colori binari: arancione (rosso – giallo), verde (giallo – blu), viola (blu – rosso). Un colore primario mescolato con uno binario diventa un colore ternario: rosso – arancione o blu – verde. I tre colori primari trovano i loro opposti complementari nei tre colori binari (verde – rosso, viola – giallo e arancione – blu). La tonalità è il termine che si usa per distinguere un colore dall’altro. Normalmente l’occhio umano può distinguere milioni di tonalità differenti. Altri parametri vengono poi indicati per descrivere e differenziare i colori, come l’intensità luminosa, la cromia e la saturazione.

Il significato dei colori
L’arredamento, con i suoi colori e tonalità, può trasmettere sensazioni diverse influenzando il nostro stato d’animo e condizionando le nostre scelte. Conoscere il significato dei vari colori e gli effetti che producono sul nostro umore può aiutarci a migliorare la nostra vita lavorativa. Scegliere le giuste tonalità può rendere l’ufficio più accogliente, in piena sintonia con le nostre emozioni e la nostra personalità. Il cromatismo estetico è assolutamente importante ma altrettanto significativa è l’influenza che il colore produce a livello mentale ed emozionale.

Giallo

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Giallo è un colore vitale, radioso, allegro che induce alla socialità e alla conversazione. Sviluppa le capacità logiche e facilita la mente alla nascita di nuove idee.

Arancio

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Arancio è il colore della gioia. Stimola la creatività, infonde ottimismo e fiducia in se stessi. È il colore dell’energia costruttiva, dell’azione e della dinamicità.

Rosso

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Rosso è un colore stimolante ed eccitante. Esprime forza, energia e potenza. È un simbolo del coraggio, della volontà di successo e del desiderio di riuscita nel lavoro. Nella tonalità PORPORA è un’espressione della fermezza, del comando, dell’autorità e dell’ambizione.

Blu

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Blu/Azzurro è il colore del cielo e del mare. È il colore della serenità, della tranquillità e della moderazione. Induce alla calma, alla spiritualità e alla meditazione.

Azzurro

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Azzurro/Blu è il colore del cielo e del mare. È il colore della serenità, della tranquillità e della moderazione. Induce alla calma, alla spiritualità e alla meditazione.

Viola

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Viola rappresenta il fascino, il carisma ma anche il mistero. È uno dei colori creativi, facilita l’ispirazione e favorisce i rapporti umani e l’amicizia.

Verde

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Verde è il colore della natura e della speranza ma anche dell’armonia e dell’equilibrio. È un simbolo di realismo, della stabilità, della costanza e della costruttività.

Bianco

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Bianco è il colore della razionalità e della purezza, della lealtà e anche dell’imparzialità e dell’obiettività. È un colore assoluto e uno dei simboli rappresentativi della raffinatezza e dell’eleganza.

Grigio

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Grigio è il colore della metodicità e della precisione, del serio conformismo e della prudenza. Nei toni chiari è ricercato, fine ed intellettuale. È anche uno dei significati della sensibilità e della saggezza.

Nero

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Nero/Antracite è un colore intransigente e carismatico ed è segno di una forte personalità, non molto incline al compromesso. È testimonianza di stile, di classe, distinzione e distaccata signorilità ed eleganza.

Antracite

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Antracite/Nero è un colore intransigente e carismatico ed è segno di una forte personalità, non molto incline al compromesso. È testimonianza di stile, di classe, distinzione e distaccata signorilità ed eleganza.

Marrone

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Marrone è un colore che richiama le cose forti e concrete: il cuoio, il tabacco, il legno, il mattone. È il colore della perseveranza e trasmette un senso di sicurezza, ma è anche un segno di chi è in cerca di equilibrio e protezione.

Il sistema di colori Munsell
Il sistema di notazione coloristica di Albert Munsell, pubblicato per la prima volta nel 1915, è uno dei più usati per la riproduzione del colore. Dalla morte di Munsell nel 1918, la Munsell Colour Company continua a produrre tabelle, slide e standard coloristici usati dai settori creativi e anche per studi di geologia, archeologia e biologia. Nell’ambito della progettazione di interni, il sistema Munsell consente di descrivere e capire accuratamente il colore con le tre dimensioni: tonalità, valore e cromia.
La tonalità è la misurazione del colore in base a una rappresentazione circolare definita da Munsell come “la qualità con la quale distinguere un colore da un altro, come il rosso dal giallo, dal verde, dal blu o dal porpora”. Questa prima dimensione fa riferimento al punto in cui la tonalità si trova nello spettro dei colori, ma non ci dice se il colore è chiaro o scuro, intenso o tenue. Il sistema Munsell si basa su un cerchio di dieci tonalità di colore, delle quali le cinque principali sono rosso, giallo, verde, blu e porpora, con l’aggiunta di cinque tonalità intermedie.
Il valore è la misurazione del colore su una colonna verticale e, secondo Munsell, è “la qualità grazie alla quale distinguiamo un colore chiaro da uno scuro”. La scala del valore è concepita come una colonna verticale alla cui base il nero rappresenta l’assenza di luce, mentre la sommità bianca rappresenta la luce pura. Tra questi due estremi di nero e bianco si situano varie gradazioni di grigio. Nel linguaggio quotidiano il valore basso solitamente indica un colore scuro (come le sfumature) mentre un valore alto indica un colore chiaro (come una tinta).
La cromia è la misurazione del colore che si irradia da un’asta verticale su un’asse orizzontale. Mentre un colore si può descrivere in termini di tonalità come blu o verde o può essere definito chiaro o scuro, non lo si può descrivere completamente se non si include la terza dimensione. La cromia si riferisce alla forza o saturazione di un dato colore, se il colore è intenso e puro, o grigio e scarsamente colorato. I colori differiscono per le forze cromatiche, in quanto alcuni sono più forti di altri. L’equilibrio o armonia del colore risiede principalmente nel principio che tutti i colori non raggiungono la loro massima forza cromatica allo stesso valore. Il rosso è due volte più forte cromaticamente del blu-verde e, di conseguenza, richiede un maggior numero di gradini per arrivare al grigio. Il porpora-blu raggiunge la sua cromia massima al quarto gradino del valore, mentre il giallo ci arriva al settimo.

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Il legno

La sua principale caratteristica, la duttilità, lo ha reso il materiale preferito sin dai tempi più remoti. L’uomo, infatti, indipendentemente dalla propria appartenenza tribale, utilizzò il legno per realizzare non solo mobili, ma anche abitazioni, oggetti di uso domestico, di carattere ornamentale, ludico, ecc. La struttura del legno è per lo più composta dal 50% di carbonio, dal 42% di ossigeno, dal 6% di idrogeno, dal 2% di minerali, da azoto e pigmenti. Il legno, non essendo un materiale inerte, vive anche dopo il taglio e per questo motivo percepisce le variazioni climatiche: si gonfia con l’umidità ed il calore nelle stagioni calde, mentre in inverno di ritira producendo delle crepe.
I legni si possono classificare in due grossi gruppi: i “legni duri” ed i “legni teneri”. Al primo gruppo appartengono, ad esempio, la quercia, il noce, il bosso, il pero, il ciliegio. Fanno parte, invece, dei legni teneri alberi come il cirmolo, il pioppo, il tiglio e l’abete.
Di seguito sono elencati i principali tipi di legno conosciuti e diffusi nel settore dell’arredo:

Abete

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Molto tenero ed elastico, è presente in diverse varietà . È impiegato generalmente per la realizzazione di intelaiature o infissi. La sua prestanza ad essere lucidato ne ha favorito la diffusione anche nel settore dell’arredamento (mobili di tipo rustico o altri complementi).

Acero

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Abbastanza duro, il colore varia dal bianco-rossiccio al rosato al bianco-giallino. In seguito al processo di levigatura e lucidatura assume un bellissimo aspetto setoso. Idoneo all’uso in ambienti asciutti poichè teme l’umidità. Adatto per mobili e impiallacciature.

Castagno

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Piuttosto leggero, non troppo duro, abbastanza resistente e facile da lavorare. È di colore bianco-giallastro o bruno con venature più scure. Si deteriora facilmente con gli sbalzi di temperatura, per cui è meglio usarlo per mobili o accessori da interno.

Ciliegio

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Dal colore variabile (nocciola – marrone rossiccio), presenta fibre diritte e poco durevoli, a tessitura fine. Utilizzato per mobili in generale, parquet, boiserie, interni di imbarcazioni e strumenti musicali, la sua compattezza lo rende idoneo per ottime finiture.

Faggio

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Giallo rossastro, con struttura molto regolare, fibra diritta e pori molto piccoli. Pur essendo piuttosto duro e compatto, si presta a tutti i tipi di lavorazione. Viene impiegato maggiormente per la realizzazione di arredi ma anche per pavimenti e boiserie.

Mogano

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Molto pregiato, dal colore rossastro che, se esposto all’aria, tende a diventare bruno con riflessi bellissimi. Ha la caratteristica di essere inattaccabile dai tarli. La sua facilità di lavorazione lo rende adatto alla realizzazione di mobili e rivestimenti.

Noce

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Di colore bruno, più o meno carico, con venature di colore più scuro, diritte o ondulate. Si lavora con facilità, anche se è piuttosto duro. È resistente e particolarmente elastico; molto indicato per mobili di vario genere.

Palissandro

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Solitamente duro, resistente, dalla porosità abbastanza elevata e dal colore marrone con striature nerastre. Ha un odore dolciastro molto persistente, tanto da essere chiamato anche “legno di rosa” ed impiegato nella produzione di mobili, parquet ed impiallacciature.

Pero

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L’albero è diffuso in tutta l’Europa Centro Meridionale ed è largamente coltivato per la produzione dei frutti. Il legno ha un colore rosato inconfondibile. E’ mediamente duro, compatto, con tessitura fine e fibratura diritta, abbastanza durevole.

Rovere

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Fa parte della grande famiglia delle querce, è abbastanza duro e resistente, facile da lavorare. È di colore bruno chiaro, con fibre diritte e regolari, pochi nodi. È molto adatto per rivestimenti (per esempio pareti) e mobili di vario tipo.

Teak

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Di colore variabile dal giallo pallido al bronzo, fino al rosso. Il contenuto di una resina oleosa naturale al suo interno lo rende molto resistente. Viene impiegato nella realizzazione di arredi per l’esterno, parquet, ponti di navi e dovunque sia richiesta una forte resistenza all’acqua.

Zebrano

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Legno proveniente principalmente dal Camerun e dal Gabon caratterizzato dalle evidenti striature. Di carattere altamente decorativo viene ampiamente utilizzato per le impiallacciature data la sua attitudine ad incurvarsi.

I derivati del legno

Il nobilitato
Il Nobilitato è un pannello di legno truciolare rivestito su di un lato, o su tutti e due i lati, con carta melaminica, che è un materiale sintetico costituito da fogli di carta sottilissima (attorno al decimo di mm) impregnata di resina melaminica. L’uso di tale carta fa si che il pannello nobilitato venga spesso anche chiamato pannello melaminico. Il pannello può essere costituito oltre che di truciolare (anche da legni riciclati), anche da faesite, da compensato, da legno stampato, OSB o da MDF. E’ considerato un prodotto piuttosto economico tuttavia lo sviluppo di carte sempre più realistiche unito a doti notevoli di durezza e resistenza al graffio ed ai solventi della superficie rende questo prodotto usatissimo nel mondo dell’arredamento.
Alcune volte per impreziosire il prodotto ulteriormente si procede ad una verniciatura superficiale: questo processo rende la superficie del pannello quasi indistinguibile anche agli esperti rispetto ad un prodotto impiallacciato e verniciato ovviamente a discapito di maggiori costi di produzione. Esistono inoltre carte melaminiche finite che simulano i pori del legno creando delle rugosità anche piuttosto importanti oppure di contro nobilitati lisci da laccare che evitano che il truciolare assorba le vernici in profondità offrendo una buona superficie per le laccature.
La lavorazione del bordo del pannello nobilitato può avvenire in 3 modi:
Bordatura dritta. Il pannello dopo essere stato squadrato e rifilato viene spalmato di colla termofusibile (EVA o PUR) ed immediatamente accoppiato con un bordo solitamente in laminato, ABS o legno anche spesso diversi millimetri. Esce un profilo dritto ed eventuali spigolature o stondature sono praticate sul solo bordo: il truciolare quindi rimane tagliato a 90 gradi.
Softforming. Il pannello viene squadrato ed una fresa profila il pannello grezzo creando una curva. Il bordo (solitamente non di forte spessore in quanto deve rimanere flessibile) viene spalmato di colla EVA o PUR ed applicato nella superficie stondata del pannello premendo con dei rulli sagomati o di gomma.
Preforming. Lavorazione solitamente realizzata su nobilitati con carte leggermente più spesse scavando un profilo lateralmente sotto la superficie della carta lasciando integra la foglia di melammina superiore. Dopo tale sfinitura la foglia sporgente viene piegata a caldo chiudendo il profilo ricavato sul pannello.
La bordatura dritta ha il vantaggio di poter usare bordi di forte spessore od anche masselli irrobustendo il lato del pannello; di contro, come con il softforming, ha lo svantaggio di avere due linee di giunzione e di rivestire il pannello con dei bordi che non sempre sono perfettamente identici alla superficie. Il preforming ha il forte vantaggio di offrire un bordo totalmente identico alla superficie ed un’unico punto di giunzione. Di contro il preforming usando la stessa sottile foglia della superficie ha lo svantaggio di realizzare una curva non molto resistente agli urti ed a volte lievemente ondulata in quanto la curvatura espone maggiormente agli urti la parte interna del truciolare (più grossolana e fragile rispetto alla superficie).
Il nobilitato essendo di fatto un agglomerato di legno, carta e colle ureiche e melaminiche è una fonte di emissioni di formaldeide nell’ambiente. A questo scopo i pannelli sono divisi in 3 classi secondo i test espressi dalle normative europee EN 717 e EN 120: E1, E2 ed E3. La classe E1 è attualmente considerata la più restrittiva e prevede un rilascio medio inferiore ai 2,5mg/m²h e una concentrazione inferiore a 0,1 ppm (parti per milione). Pur non essendo ancora formalizzata probabilmente si arriverà presto alla nascita di una ulteriore classe E0 già ora usata come denominazione commerciale ed informalmente mutuata dalle classificazioni giapponesi. In Italia praticamente tutta la produzione di nobilitato è ampiamente rientrante in classe E1 e già numerosi produttori si stanno muovendo per ridurre ulteriormente tale emissione.

L’impiallacciatura
L’impiallacciatura è un’operazione che viene eseguita in ebanisteria e consiste nell’incollare in una superficie di legno un foglio sottile (tranciato) di altro legno più pregiato (noce, mogano, palissandro, ciliegio) conferendogli in questo modo maggiore valore.
Questa pratica è utilizzata sin dal Rinascimento quando dei mobili in massello di legno poco pregiato, venivano ricoperti con uno strato di essenze nobili. Il piallaccio (lastra di legno pregiato) veniva realizzato tagliando il legno in lastre dello spessore di 4/6 millimetri e poi incollandole sulla superficie esterna del mobile. Ciò dava al manufatto un aspetto di grande bellezza.
All’inizio del XIX secolo, con l’introduzione delle macchine, si inizia a sezionare il tronco in fogli dello spessore di pochi decimi di millimetro; anch’essi vengono applicati mediante incollatura alla superficie del legno massello di cui è costituito il mobile. In questo caso il foglio di legno acquista una grande l’elasticità, e può quindi essere applicato anche su superfici curvilinee. Questa tecnica non ha comunque soppiantato la precedente, e lastre più spesse vengono tuttora utilizzate per realizzare mobili di pregio.
Esaminando lo spessore dell’impiallacciatura si può conoscere l’epoca di fabbricazione del mobile.
Il tranciato di legno viene aggiuntato in modo da ottenere dei pannelli di varie misure e secondo diversi metodi di composizione. Una caratteristica importante dei piallacci è la simmetria del disegno data dalle venature del tronco da cui è stato ricavato. Gli abili ebanisti dell’ottocento riuscivano a realizzare dei veri e propri disegni realizzando così delle opere d’arte. Ancora oggi in molte parti del mondo esistono artigiani capaci di realizzare dei disegni utilizzando tranciati di legni di differente colore. Tale arte detta tarsìa è però raramente realizzata a mano libera, ma sempre maggiore è l’utilizzo di macchine da taglio a pantografo, e spesso elettroniche anche a taglio laser.

Il truciolare
Truciolato o Truciolare è il nome con cui comunemente vengono indicati i pannelli in fibra di legno composti di trucioli risultanti dallo scarto delle normali lavorazioni del legno, impastati con materiali leganti e quindi pressati a produrre i pannelli, di diverso tipo a seconda del tipo di truciolo utilizzato.
La normativa DIN 68763 (EN 317) classifica come truciolari V100 i truciolari che immersi in acqua 24 ore rigonfiano meno del 12% del proprio spessore. Questo truciolare solitamente si ottiene aggiungendo resine melaminiche alle colle ureiche. Di solito vengono colorati di verde (o rosso in alcuni Paesi) per distinguerli dal truciolare normale (chiamato V20). Dato l’alto costo delle resine melaminiche sono frequentemente prodotti truciolari chiamati commercialmente V70 ossia truciolari contenenti dosi minori di resine melaminiche aiutate da paraffine e cere. I truciolari V70 sono solitamente anch’essi colorati di verde e possono avere rigonfiamenti validi quanto quelli dei truciolari V100; al contrario dei V100 non hanno però una buona resistenza all’acqua bollente o al vapore inoltre la dicitura V70 non è contemplata nelle norme e questo fa si che ogni produttore possa interpretare a proprio modo i requisiti di un V70 e commercializzarlo senza costrizioni.

Il tranciato precomposto
Il tranciato precomposto, più semplicemente precomposto, consiste in una serie di sottili fogli di legno colorati sovrapposti ed incollati prima tra di loro e successivamente su pannelli di legno meno nobile da cui si ricavano, al termine delle fasi di produzione componenti quali mobili, porte o altri complementi di arredo. I vari strati di legno colorato simulano gli anelli del tronco del legno ricreando le venature e le fiammature del tranciato normale, riproducendo nodi e piccoli difetti presenti nel legno.
La presenza all’interno anche dello stesso tronco di parti più scure o più chiare, parti con nodi o difetti troppo evidenti o ancora parti che assorbano le vernici in maniera diversa, richiedono che dalla fase di lavorazione a quella finale del montaggio ci sia una selezione del materiale impiegato molto accurata. Per la sua caratteristica di ricreare in maniera verosimile e molto dettagliata il legno vero, è particolarmente apprezzato nella produzione di ante ed in generale nelle componenti del mobile che sono da accostare senza eccessive variazioni di tono nelle colorazioni. Presenta infine caratteristiche molto simili a quelle dei normali tranciati in quanto a durezza e resistenza all’acqua e pertanto viene quasi sempre verniciato per proteggerne la superficie.

Il compensato
Il compensato è un semilavorato a strati di legno sfogliato dal tronco dell’albero ed appartiene alla grande classe dei pannelli stratificati o multistrati distinguendosi però per il particolare orientamento “incrociato” delle venature dei vari strati che lo compongono.
Si ottiene infatti “sfogliando” il tronco d’albero utilizzando un apposito tornio per realizzare uno strato molto sottile di legno (circa 1-3 mm) e incollando poi i fogli così ottenuti fra loro in modo da “incrociare le venature”. Questo incrocio fa sì che la resistenza del materiale sia uniforme in tutte le direzioni, perché la resistenza del legno lungo le venature non si manifesta ugualmente in tutte le direzioni. L’incrocio delle venature fa sì che le caratteristiche meccaniche del legno, tipicamente unidirezionali, vengano “compensate” in una direzione ortogonale, da cui il nome.
Tradizionalmente viene realizzato utilizzando pannelli ottenuti dalla lavorazione di legni dolci come l’ abete, il legno di betulla o il pioppo, ma esistono compensati realizzati con essenze più pregiate quali il faggio, il teak, l’ okoume ed altri. Alcune volte si ricorre alla realizzazione di compensati in cui i soli strati esterni sono realizzati con fogli più o meno sottili di essenze pregiate a(tra cui anche noce, rovere, palissandro, ecc.) per poi utilizzare legni dolci per la parte intenta del pannello. In questo caso il compensato viene detto anche compensato nobilitato.
Per incollare i fogli tra loro si utilizza una pressa semplice di dimensioni pari a quelle del pannello. L’impiego di usa colla fenolica (resistente all’ acqua) permette di realizzare un compensato adatto anche per uso esterno e per il trasporto via mare (compensato “canadese marino”). Trattandosi di un materiale pronto, non richiedendo quindi processi particolari di finitura, è di facilissima lavorazione.
Il legno compensato nelle sue varie forme è comunemente utilizzato nei più disparati campi, soprattutto nell’arredamento degli interni, dove trova ampio spazio nella realizzazione di mobili, scrivanie, cassettiere ed altri elementi di arredo. Da non sottovalutare anche il suo impiego per l’ allestimento di fiere, creazione di scenografie
teatrali, nell’ edilizia e nella recinzione di cantieri edili.

L’MDF
L’MDF (Medium – Density – Fibreboard, pannello di fibra a media densità) viene tradizionalmente considerato un derivato del legno. È infatti il più famoso e diffuso della famiglia dei pannelli di fibra comprendenti tre categorie distinte in base al processo impiegato e alla densità del materiale che lo compone. Si hanno infatti: (LDF), pannelli a bassa densità, (MDF), pannelli a media densità ed (HDF), pannelli ad alta densità.
Il processo di produzione ha inizio con la selezione della materia prima: essa comprende diversi tipi di legno, siano essi tondame, scarto o cascame di lavorazione, con preferenza per quelli di conifera. Partendo dal tondame, esso viene di solito prima scortecciato, cippato con l’ausilio di sminuzzatrici o frammentatrici e poi selezionato e controllato per eliminare eventuali tracce estranee ed eventuali pezzi troppo grandi mal sminuzzati. In alcuni casi il tondame viene frantumato in bosco senza essere scortecciato, anche se una eccessiva percentuale di corteccia tende a peggiorare le caratteristiche dei pannelli. La raffinazione per trasformare i frammenti di legno in fibra, viene eseguita attraverso la macinazione per rompere i legami esistenti e formare una pasta di fibre, facilitata da immersione in acqua, l’ausilio di vapore e calore o con trattamenti chimici a base di sostanze alcaline che indeboliscono i legami della lignina. Questo processo può avvenire attraverso un procedimento per via secca e per via umida.
Nel procedimento per via secca l’ essiccazione delle fibre di legno avviene per mezzo di aria calda. Esso dipende dal metodo di applicazione della colla, che può essere applicata durante o dopo l’essiccazione o direttamente all’uscita dello sfibratore. Le resine impiegate possono quindi essere addizionate alle fibre sfruttando la turbolenza dell’aria che assicura una buona miscelazione della resina. Successivamente le fibre incollate vengono disposte a formare un materasso ad un solo strato su di un nastro tessuto o perforato, in maniera più regolare ed uniforme possibile onde evitare variazioni di altezza o densità. Sotto il nastro viene applicata una depressione. Data la massa volumica molto bassa delle fibre con la resina, l’altezza dei materassi che si formano è piuttosto elevata, ragion per cui si rende necessaria una compressione preliminare a freddo che serve ad eliminare eventuali tasche d’aria, compattare il materasso e ridurre l’altezza iniziale. Al termine di questa operazione il materasso tende a rigonfiare e recuperare parte dello spessore.
Per ottenere pannelli di grandi spessori occorre sovrapporre più materassi di fibre pre-pressati: una sovrapposizione senza pre-pressatura non sarebbe possibile per la dimensione troppo elevata del materasso. La pressatura avviene in presse monovano o multivano, dopo che il materasso viene tagliato a temperature variabili a seconda del prodotto da ottenere.
La compattezza del pannello in pressa impedisce la liberazione del vapore accumulato, per cui la pressatura deve procedere in più fasi di pressione e scarico, per facilitarne la fuoriuscita. Le pressioni utilizzate variano in funzione della massa volumica che si vuole conferire al pannello.
Il procedimento per via umida differisce dal precedente in quanto viene utilizzata l’acqua come mezzo di distribuzione delle fibre. La lignina stessa viene quindi impiegata come legante, trasformandosi, sotto l’azione del calore e della pressione, in adesivo termoplastico. La giusta quantità di fibre e acqua necessaria alla formazione di un pannello, viene posizionata su di un piano che ha proprietà di permeabilità nei confronti dell’acqua per applicare successivamente una depressione al di sotto del piano che, aggiunta all’azione di cilindri pressori che schiacciano la miscela, fa si che venga rimossa l’acqua in eccesso. Successivamente si passa all’operazione di pressatura. Essa ha una durata compresa fra i 5 e i 15 minuti e segue tre fasi distinte.
Nella prima fase viene applicata un’alta pressione che rimuove gran parte dell’acqua e riduce lo spessore del pannello al valore desiderato. La seconda fase prevede una pressione ridotta che serve alla fuoriuscita controllata del vapore. Infine si procede con la terza fase, in cui avviene la pressatura definitiva del pannello a temperature elevate (fino a 210°C) e con pressioni variabili (max 50kg/cm²) in base alla massa volumica finale che si vuole ottenere. L’utilizzo combinato di alta temperatura e pressione permette di utilizzare la lignina, il polimero che è contenuto naturalmente nel legno, come legante per i legami fibra-fibra, grazie proprio alle sue caratteristiche termoplastiche e al processo che ne deriva di plasticizzazione e ricementazione.

Il laminato
I laminati sono pannelli costituiti da strati di materiale di fibra cellulosica impregnati di resine termoindurenti e sottoposti ad un processo di alta pressione in modo da ottenere un materiale non poroso con la finitura superficiale richiesta. Essenzialmente più del 60% di un pannello laminato è costituito da carta. Il rimanente 30-40% è costituito da resina fenolica per gli strati sottostanti e da resina melaminica per lo strato superficiale. Lo spessore di questi pannelli, disponibili anche in diverse dimensioni, varia da 0,6 a 30 mm. L’aggiunta, nella realizzazione del pannello, di particolari additivi, garantisce al laminato una maggiore resistenza al fuoco.

Il multistrato
Il multistrato è una tipologia di legno realizzato mediante la sovrapposizione di varistrati di legno ottenuti con particolari trattamenti dei tronchi. Gli strati di legno sono incollati tra loro facendo attenzione a porre le fibre in senso alternato per garantire al pannello una forte resistenza alla flessione. Una particolarità da sottolineare è che gli strati di legno devono essere sempre in numero dispari, in modo che le venature del primo e dell’ultimo pannello presentino lo stesso verso. Esistono varie tipologie di pannelli multistrato che variano per spessore e tipologia di legno. Il più utilizzato è il pioppo, ma si realizzano pannelli multistrato anche con altre essenze di legno, come il faggio. Il multistrato è facile da lavorare, si incolla e si taglia agevolmente sia con la sega a mano che con il seghetto alternativo. È il materiale ideale per costituire piani, pannellature e per la realizzazione di mobili diversi in cui le estensioni dei fianchi e dei ripiani sono rilevanti. Tra i difetti del legno multistrato troviamo una scarsa resistenza all’umidità dovuta alla presenza della colla. Per ovviare a tale inconveniente viene realizzato il multistrato cosiddetto “marino” che utilizza una particolare tipologia di colla resistente all’acqua e che riceve in superficie un trattamento speciale che lo rende resistente all’acqua. Il legno multistrato marino risulta molto utilizzato nel fai da te per la realizzazione di oggetti e strutture per l’esterno.

Truciolare nobilitato

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Impiallacciato

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Truciolare

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Tranciato

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Compensato

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MDF

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Laminato

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Multistrato

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Il vetro

Dal punto di vista fisico il vetro è un materiale solido amorfo, generalmente prodotto dalla rapida solidificazione di un adatto materiale viscoso, in modo tale che non abbia il tempo di formare una regolare struttura cristallina. Comunemente si intende con il termine vetro uno specifico tipo, il vetro siliceo, comunemente utilizzato negli edifici, come contenitore, in elementi decorativi ecc. In forma pura, il vetro è trasparente, duro, pressoché inerte dal punto di vista chimico e biologico e presenta una superficie molto liscia. Queste caratteristiche ne fanno un materiale utilizzato in molti settori; ma nello stesso tempo il vetro è fragile e tende a rompersi in frammenti taglienti. I suoi differenti processi produttivi lo rendono adatto ai più svariati usi, spaziando da quelli prettamente strutturali, a quelli artistici, fino al normale uso domestico. Gli svantaggi possono essere modificati, in parte o interamente, con l’aggiunta di altri elementi o per mezzo di trattamenti termici. L’aggiunta di metalli o di ossidi metallici nella sua produzione permette la realizzazione di diversi tipi di vetro come, ad esempio:
Vetro acidato. Vetro con una superficie di tipo granuloso che viene ottenuto per mezzo di un trattamento chimico basato sull’impiego di acido fluoridrico (la quale sostanza ha caratteristiche tali da intaccare il vetro).
Vetro argentato (specchio). Il vetro argentato prende il nome da uno strato di sali d’argento aderente ad una superficie della lastra, che causa un effetto di riflessione ottica visibile sulla superficie opposta. Questo tipo di vetro può essere dotato di pellicola antinfortunistica che in caso di rottura dello specchio, ne mantiene i frammenti aderenti ad essa ed evita potenziali infortuni.
Vetro cilindrico. Il vetro è soffiato all’interno di stampi metallici cilindrici, quindi dalla forma ottenuta vengono asportati gli estremi e praticato un taglio lungo una generatrice del cilindro. È quindi posto in un forno dove rammollendosi si apre e si stende in lastra. Prima dell’ introduzione delle recenti metodologie produttive, questa tecnica era molto diffusa per la produzione del vetro comune.
Vetro galleggiante. Il 90% del vetro piatto prodotto nel mondo, detto vetro float, è fabbricato con il sistema “a galleggiamento”, dove il vetro fuso è versato ad una estremità di un bagno di stagno fuso. Oggi quest’operazione è effettuata in atmosfera controllata. Il vetro galleggia sullo stagno e si spande lungo la superficie del bagno, formando una superficie liscia su entrambi i lati. Il vetro si raffredda e solidifica mentre scorre lungo il bagno formando un nastro continuo. Il prodotto è poi “lucidato a fuoco”, riscaldandolo nuovamente su entrambi i lati, e presenta così due superfici perfettamente parallele. Le lastre sono realizzate con spessori standard di 2, 3, 4, 5, 6, 8, 10, 12, 15, 19 e 22 mm. Questo tipo di vetro è considerato pericoloso per l’uso in applicazioni architettoniche poiché tende a rompersi in grossi pezzi taglienti che possono causare gravi incidenti. Le normative edilizie pongono in genere delle limitazioni all’uso di questo vetro in situazioni rischiose quali bagni, pannelli di porte, uscite antincendio e nelle scuole.
Vetro tirato (lucido). La massa di vetro fusa viene meccanicamente tirata da due forze di uguale direzione ma verso opposto. Questo vetro presenta caratteristiche ondulazioni della superficie. Il vetro tirato e quello galleggiante hanno la stessa composizione chimica e le stesse proprietà fisiche.
Vetro laminato (stratificato). Il vetro laminato (inteso come stratificato) è stato inventato nel 1903 dal chimico francese Edouard Benedictus. Egli infatti si ispirò a un flacone rivestito da uno strato plastico di nitrato di cellulosa per una disattenzione in laboratorio e poi caduto e rottosi ma senza aprirsi in pezzi. Egli fabbricò un materiale composito di vetro e plastica in grado di ridurre i pericoli in caso di incidenti automobilistici. Oggi il vetro stratificato è realizzato unendo due o più strati di vetro ordinario alternato a un foglio plastico, solitamente polivinilbutirrale (PVB). Il PVB è unito a sandwich con il vetro che è poi scaldato a 70°C e pressato con rulli per espellere l’aria ed unire i materiali.
Gli strati intermedi possono presentare anche diversi spessori. Lo strato intermedio mantiene i pezzi di vetro in posizione anche quando il vetro si rompe, e con la sua resistenza impedisce la formazione di larghi frammenti affilati. Più strati e maggiore spessore del vetro aumentano la resistenza.
Vetro a controllo solare. L’utilizzo sempre maggiore del vetro nell’edilizia, porta a considerare le esigenze di comfort delle persone all’interno degli edifici. Il vetro a controllo solare può essere un elemento innovativo interessante in un edificio e allo stesso tempo riduce l’utilizzo di sistemi di condizionamento, il carico energetico ed i costi.
Nei climi più caldi, il vetro a controllo solare è utilizzato per ridurre l’apporto di calore solare e aiuta al controllo dell’abbagliamento.
Nei climi temperati, è utilizzato per controbilanciare il controllo solare con un’elevata trasmissione di luce naturale.
Il vetro a controllo solare è indicato in situazioni dove un eccessivo apporto di calore solare può costituire un problema in varie applicazioni come ad esempio verande di ampie dimensioni, passerelle pedonali vetrate, facciate di edifici.
Vetro selettivo. I vetri selettivi sono dei vetri bassi emissivi che svolgono un’azione di filtro nei confronti del fattore solare, impedendo al calore di entrare.

A livello industriale di lavorazione il vetro viene classificato a seconda delle sue caratteristiche fisiche macroscopiche. Le industrie di produzione forniscono il vetro sostanzialmente in due formati principali:
- grande lastra: lastra di vetro solitamente 6000×3210 mm;
- cassa contenente lastre, di norma 2400×3210 mm, dove la prima delle due dimensioni può variare. Questo formato di distribuzione viene usato per vetri semilavorati .
A causa della sua elevata durezza, il vetro viene lavorato solo da alcuni tipi di utensili, tra cui la mola.

Taglio
Il taglio di piccoli pezzi può essere eseguito a mano con strumenti appositi ma in generale il taglio viene eseguito da un banco di taglio. Il banco di taglio è un macchinario a controllo numerico che presenta un piano fisso, solitamente vellutato e con fori per generare un cuscino d’aria (utile per lo spostamento del vetro). Sopra di questo vi è un ponte mobile che tramite un tagliavetro fornito di rotella in carburo di tungsteno o widia o diamante sintetico pratica incisioni sul vetro a seconda della programmazione eseguita tramite un software chiamato ottimizzatore che previo inserimento misura delle lastre come giacenza di magazzino,inserendo le misure da tagliare è implementato affinché ottimizzi appunto il taglio evitando al minimo lo sfrido. I vetri tagliati in questo modo verranno poi troncati da un addetto sempre con l’ausilio del banco. È opportuno in fase di programmazione (se si lavora su grandi lastre) impostare dei tagli verticali sulla lastra in modo che sia più semplice lavorare su due parti più piccole in fase di apertura dei vetri. Per i vetri laminati stratificati il taglio viene eseguito sia sulla parte superiore della lastra, sia sulla parte sottostante alla parte superiore della stessa, visto che sono due vetri accoppiati, mentre il PVB (il film di plastica che tiene accoppiate le due lastre) viene generalmente tagliato usando un cutter o imbevendolo di alcool etilico. Nei moderni macchinari, però, oltre al taglio simultaneo delle due lastre di vetro c’è anche una resistenza a scomparsa che scioglie letteralmente il PVB permettendo l’apertura del taglio.

Molatura
Il vetro tagliato presenta un bordo particolarmente tagliente e irregolare che viene eliminato tramite un’operazione di molatura (eseguita manualmente o da macchinari CNC) che asporta e uniforma il bordo del vetro in modi diversi a seconda della lavorazione voluta:
- filo lucido tondo: il bordo risulta arrotondato e lucido, il grado di lavorazione è elevato;
- filo lucido piatto: il bordo risulta lucido e perpendicolare alla superficie ma la congiunzione viene smussata a 45°;
- filo grezzo: come il filo lucido con l’eccezione che il bordo non risulta lucido ma opaco e presenta una rugosità maggiore;
- bisellatura: i bordi del vetro vengono molati per 10-40 mm di altezza per un angolo di circa 7 gradi rispetto alla superficie del vetro stesso.

Foratura
Il vetro può essere forato al trapano con apposite punte diamantate, adeguatamente refrigerate con getto continuo d’ acqua.
La foratura può essere eseguita da trapani per vetro manuali monotesta o doppiatesta o a controllo numerico. I fori non devono essere troppo vicini al bordo (a seconda anche dello spessore del vetro) per evitare rotture dovute alle tensioni interne del pezzo. Nuovi macchinari permettono di forare con un particolare tipo di sabbia miscelata ad acqua.

Tempra
Il vetro temprato è ottenuto per indurimento tramite trattamento termico (tempra). Il pezzo deve essere tagliato alle dimensioni richieste e ogni lavorazione (come levigatura degli spigoli o foratura e svasatura) deve essere effettuata prima della tempra.
Il vetro è quindi posto su un tavolo a rulli su cui scorre all’interno di un forno che lo riscalda alla temperatura di tempra di 640°C. Quindi è rapidamente raffreddato da getti di aria. Questo processo raffredda gli strati superficiali causandone l’indurimento, mentre la parte interna rimane calda più a lungo. Il successivo raffreddamento della parte centrale produce uno sforzo di compressione sulla superficie bilanciato da tensioni distensive nella parte interna. Gli stati di tensione possono essere visti osservando il vetro in luce polarizzata. Non tutti i vetri sono temprabili poiché se presentano forme articolate o numerosi fori vicini tra loro possono rompersi durante il trattamento termico a causa delle tensioni interne del materiale. Il vetro temprato è circa sei volte più resistente del vetro galleggiante, questo perché i difetti superficiali vengono mantenuti chiusi dalle tensioni meccaniche compressive, mentre la parte interna rimane più libera da difetti che possono dare inizio alle crepe.
D’altro canto queste tensioni hanno degli svantaggi. A causa del bilanciamento degli sforzi, un eventuale danno ad un estremo della lastra causa la frantumazione del vetro in molti piccoli frammenti. Questo è il motivo per cui il taglio deve essere effettuato prima della tempra e nessuna lavorazione può essere fatta dopo. Il vetro temperato è spesso impiegato per la realizzazione di elementi senza struttura portante (tutto vetro) come porte in vetro e applicazioni strutturali. È anche considerato un vetro di sicurezza in quanto, oltre che più robusto, ha la tendenza a rompersi in piccoli pezzi smussati, poco pericolosi. In alcune situazioni però si possono avere problemi di sicurezza a causa della tendenza del vetro temprato a frantumarsi completamente in seguito ad un urto sul bordo.

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La pelle

La pelle è un prodotto naturale con caratteristiche inimitabili; nell’antichità l’uomo se ne è servito per proteggersi dalle intemperie, quindi nel tempo anche per vestirsi ed arredare la sua casa con eleganza. Questo materiale porta impresse le testimonianze della vita dell’animale: graffi, ferite rimarginate e non, interventi chirurgici, marchiature a fuoco, ustioni da sterco, punture di insetti e così via, tutti segni impropriamente considerati “difetti”, in realtà prova della naturalezza del prodotto esaltata dalle sofisticate tecniche della conceria.
Nelle prime fasi della lavorazione la pelle viene trattata con particolari sostanze che ne permettono la conservazione e quindi divisa in due strati. Lo strato superiore è detto FIORE, quello inferiore CROSTA. Nell’arredamento si utilizza in prevalenza lo strato superiore che secondo la sua qualità si divide a sua volta in:
Fiore. Morbido al tatto, ma presenta lo svantaggio di evidenziare tutte le imperfezioni della superficie;
Smerigliato. Viene così chiamato perché lo strappo superiore viene leggermente levigato. Si presenta leggermente meno morbido del Fiore, ma in compenso presenta una superficie più regolare;
Mezzo Fiore. È un compromesso tra le due qualità.
Una ulteriore classificazione viene fatta in base alla rifinizione che può essere all’ANILINA, SEMIANILINA e PIGMENTATA.
Nella rifinizione all’anilina la pelle viene trattata con coloranti all’anilina, trattamento che le permette di conservare al massimo tutte le sue caratteristiche naturali; per contro, questo trattamento non nasconde nessuna imperfezione e lascia la pelle più delicata poiché assorbe più facilmente liquidi e grassi. Nella rifinizione pigmentata invece, la superficie viene rifinita con coloranti più coprenti i quali riescono a mascherare alcuni piccoli segni rendendo la pelle parzialmente impermeabile. La rifinizione alla semianilina ovviamente riunisce i pregi e i difetti dei due trattamenti precedenti.
La distinzione tra le varie qualità non è tuttavia così netta e solo una lunga esperienza permette di riconoscere e valutare correttamente le caratteristiche di una pelle per cui chi è intenzionato ad acquistare un articolo in pelle dovrebbe seguire alcune semplici regole:
- rivolgersi ad un negoziante competente e di fiducia diffidando dalle offerte a prezzo stracciato che sono sempre a scapito della qualità;
- conservare il prodotto seguendo precauzioni e modalità d’uso consigliate.

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Il tessuto

I tessuti sono uno degli aspetti più versatili di un interno. Per definizione, si definisce tessuto un manufatto realizzato tramite un intreccio di fili perpendicolari tra di loro, realizzata tramite un processo definito tessitura. Si compone di due elementi: l’ordito, ovvero l’insieme di fili tesi sul telaio, e la trama, unico filo che percorre da una parte all’altra l’ordito. I tessuti fanno la loro comparsa nel neolitico e segnano nei materiali usati, negli intrecci, nei colori e nelle attrezzature impiegate per costruirli, l’evoluzione culturale e tecnica della civiltà umana. In ogni caso, che abbiano un design classico o moderno, i tessuti combinano fibre, colori e texture per creare trame ardite, morbide sete o spessi feltri. Essi svolgono un ruolo molto importante nella definizione di un arredo di interni. Si possono utilizzare per evidenziare e accentuare le qualità di un dato spazio al fine di migliorare l’identità di un’Azienda, per dare carattere a un marchio commerciale o semplicemente per aggiungere comfort e armonia all’ambiente.

Fibre naturali e miste
Cotone, seta e lana sono associati a colori smorzati e a finiture naturali e delicate e, quindi, danno un aspetto informale a una varietà di interni. I tessuti naturali sono piacevoli perché hanno un aspetto grezzo, non rifinito e formale nelle loro qualità materiche. La tecnologia ha sviluppato fibre miste con le quali si realizzano tessuti d’arredamento più duraturi in un’ampia varietà di pesi e finiture. Le fibre miste hanno trasformato i tessuti modificando il cotone in lino, denim, mussola o ciniglia e la lana in tweed o cachemire. la seta trasmette una sensazione di lusso al tatto, ma è anche assai delicata. Se ne aumenta la durata mescolandola al cotone. Se le imperfezioni delle fibre naturali sono un pregio, i tessuti ottenuti mescolando fibre artificiali e naturali risultano più resistenti e duraturi e possono avere un miglior rapporto costo/resa. Le altezze standard dei tessuti dipendono dal produttore. Le texture superficiali variano a seconda della fibra e del filato.

Stoffe per uso commerciale
Le stoffe destinate ad ambienti commerciali costituiscono una valida scelta come tappezzerie perché più resistenti a usura e strappi e sono più durevoli delle altre. Sono disponibili in una vasta gamma di colori e finiture, tra cui i cotoni pesanti, le tele e le stoffe rivestite in teflon, di lunga durata e antimacchia. Le stoffe per uso commerciale sono contraddistinte dal grado di strofinamento (stabilito strofinando meccanicamente la stoffa per accertarne la resistenza) che possono sopportare. Queste stoffe sono spesso pretrattate contro le macchie e sono antipiega e resisitenti a strappi, calore, fiamme e raggi UV.

Tessuti di lusso
I metodi di produzione moderni e tradizionali si sono combinati per offrire una gamma di stoffe di buona mano e di lusso (seta cruda, velluti e ciniglie oltre a mix come il mohair di lana e il voile di seta). Oggi i produttori sono in grado di fornire stoffe che soddisfano requisiti specifici e che sono abbinabili a tappezzerie e delicate decorazioni. La domanda di tessuti di lusso ha reso abbordabili i prezzi di sete, velluti e ciniglie, ma le fibre sintetiche (viscosa, poliestere, acrilico e acetato) offrono opzioni equivalenti ma più economiche e pratiche. I tessuti di lusso si usano quasi in tutti gli ambienti per trasmettere valori estetici e un piacevole abbandono all’appagamento.

Tessuti sintetici
La moderna tecnologia ha permesso ai produttori di combinare innovazione, durata e funzionalità. Oltre a stampare, i moderni macchinari ora possono eliminare le irregolarità e manipolare le fibre per ottenere una varietà di pesi, mix e finiture. La briosità industriale ha dato nuova vita ai tessuti sintetici. Spesso disprezzate come scadenti e sgradevoli, le fibre sintetiche come l’acrilico, la viscosa e il poliestere, sono state reintrodotte per le loro qualità superficiali oltre che per i vantaggi pratici, come la resistenza alle macchie e al fuoco. Migliorare le loro prestazioni non ne ha peggiorato l’aspetto: i sintetici di buona qualità ormai si distinguono a fatica dalle sete.

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Scegliere la poltrona

L’attività lavorativa trova nella seduta uno dei principali protagonisti. Ci si siede per lavorare al videoterminale, per riunirsi, per telefonare, per scrivere ma anche per rilassarsi e recuperare energie. Lo stare seduti, tuttavia, non è una funzione statica bensì dinamica e discontinua. Se si considera il grado di influenza dell’ambiente di lavoro sulla produttività individuale ci si rende conto del valore strategico della seduta per ufficio.
In un mondo del lavoro che si apre a nuovi modelli organizzativi (ad esempio la condivisione della stessa postazione di lavoro da parte di più persone) la seduta per ufficio diventa spesso l’unica componente della postazione di lavoro in grado di garantire, grazie ai sistemi di regolazione di cui è dotata, la “personalizzazione” dell’assetto.
Se poi consideriamo che chi lavora in ufficio trascorre più di 80.000 ore della propria vita lavorativa in posizione “seduta”, ci rendiamo conto di quanto sia centrale la corretta progettazione di uno strumento così prezioso. Non si tratta, infatti, di un oggetto staccato dallla nostra persona, ma di un vero e proprio prolungamento del nostro corpo, tanto più adeguato quanto più “neutro” e impercettibile nell’uso.
La progettazione della seduta è oggi regolata da una serie di conoscenze nel campo della fisiologia e della postura e da un pacchetto di norme che lasciano fortunatamente sempre meno spazio all’interpretazione soggettiva del comfort. Variare a piacere lo slittamento del sedile, la sua altezza da terra, l’inclinazione dello schienale seguendo esclusivamente l’ispirazione formale oggi non è più possibile.
A seconda dell’utenza a cui è riservata, la seduta può presentare molteplici optional e accessori che contribuiscono a fornirle differenti livelli di comfort.

Principali tipologie e relative dotazioni

Presidenziale

poltrona-presidenziale.jpg

Schienale:
- regolabile in altezza
- presenza di poggiatesta
Sedile:
- regolabile in profondità (optional)
Braccioli:
- regolabili in altezza
Meccanismo:
- syncron
Base:
- girevole, a 5 razze su ruote
Ruote:
- autofrenanti
- autofrenanti gommate (optional)

Direzionale

poltrona-direzionale.jpg

Schienale:
- regolabile in altezza
Sedile:
- regolabile in profondità (optional)
Braccioli:
- fissi
- regolabili in altezza
Meccanismo:
- contatto permanente
- syncron
Base:
- girevole, a 5 razze su ruote
Ruote:
- autofrenanti
- autofrenanti gommate (optional)

Operativa

poltrona-operativa.jpg

Schienale:
- regolabile in altezza
Sedile:
- regolabile in profondità (optional)
Braccioli:
- fissi
- regolabili in altezza
Meccanismo:
- girevole a gas
- contatto permanente
- syncron
Base:
- girevole, a 5 razze su ruote
Ruote:
- autofrenanti
- autofrenanti gommate (optional)

Meeting

poltrona-meeting.jpg

Schienale:
- fisso
Sedile:
- regolabile in profondità (optional)
Braccioli:
- fissi
Meccanismo:
- girevole a gas
Base:
- girevole, a 5 razze su ruote
Ruote:
- autofrenanti
- autofrenanti gommate (optional)

Cantilever

poltrona-cantilever.jpg

Schienale:
- fisso
Sedile:
- regolabile in profondità (optional)
Braccioli:
- fissi
Meccanismo:
- nessun meccanismo presente
Base:
- fissa, a slitta
Ruote:
- non presenti

Trave

trave.jpg

Schienale:
- fisso
Sedile:
-fisso
Braccioli:
- optional, fissi
Meccanismo:
- nessun meccanismo presente
Struttura:
- in tubolare di acciaio
Ruote:
- non presenti

Utilizzo ergonomico della poltrona operativa
Di seguito sono riportate alcune semplici regole da seguire per un uso corretto della poltrona operativa e per il mantenimento della postura più adeguata:

Altezza del sedile

altezza-sedile.gif

Sedersi sul sedile regolato ad un’altezza tale da consentire il mantenimento delle gambe a 90° ed i piedi ben appoggiati sul pavimento.

Posizione delle gambe

posizione-gambe.gif

Se il sedile o il tavolo sono troppo alti utilizzare un poggiapiedi.

Altezza dello schienale

altezza-schienale.gif

Lo schienale va posizionato in modo da sostenere l’intera zona lombare.

Inclinazione dello schienale

inclinazione-schienale.gif

Evitare di tenere lo schienale inclinato in avanti. Inclinare a piacimento lo schienale da 90° a 110°. Può essere utile cambiare inclinazione durante la giornata.

Caratteristiche costruttive, dimensionali, di sicurezza e prestazionali
Le sedie devono essere stabili e devono permettere all’utilizzatore una certa libertà di movimento ed una posizione comoda. I meccanismi di elevazione e inclinazione previsti devono garantire una regolazione soggettiva della seduta in modo che questa sia adattabile alle diverse esigenze operative, stature e posture degli utenti. I sistemi di regolazione devono essere di facile uso, posti in modo da evitare azionamenti accidentali. Tutti gli elementi esterni della poltrona ed i meccanismi di regolazione presenti devono essere conformi. La norma UNI EN 1335 regola le dimensioni funzionali delle sedie per uso generale ed i loro requisiti minimi di sicurezza come segue:

Normativa UNI EN 1335-1
Determinazione delle dimensioni delle sedie catalogate, in base a specifiche caratteristiche prestazionali e dimensionali, in tre diverse classi:
Sedia tipo A. Presenta i requisiti dimensionali più restrittivi e rispetta più delle altre le dimensioni antropometriche del 5° e del 95° percentile delle persone.
- Intervallo minimo di regolazione in altezza del sedile 400-510 mm (con 120 mm. di escursione minima).
- Profondità del sedile (solamente regolabile da seduti).
- Inclinazione del sedile (solamente regolabile, maggiore o uguale a 6°).
- Inclinazione dello schienale (solamente regolabile, maggiore o uguale a 15°).
- Altezza supporto lombare (solamente regolabile).
Sedia tipo B. Presenta i requisiti dimensionali intermedi tra le classi.
- Intervallo minimo di regolazione in altezza del sedile 420-510 mm (con 100 mm. di escursione minima).
- Profondità del sedile (fissa o regolabile da seduti).
- Inclinazione del sedile (fissa o regolabile).
- Inclinazione dello schienale (solamente regolabile, maggiore o uguale a 15°).
- Altezza supporto lombare (fissa o regolabile, con intervallo minimo 170-220 mm.)
Sedia tipo C. Presenta i requisiti dimensionali minimi.
- Intervallo minimo di regolazione in altezza del sedile 420-480 mm (con 80 mm. di escursione minima).
- Profondità del sedile (fissa o regolabile da seduti).
- Inclinazione del sedile (fissa o regolabile).
- Inclinazione dello schienale (nessun requisito).
- Altezza supporto lombare (fissa o regolabile senza intervallo minimo).
Il sedile di lavoro deve avere altezza regolabile, deve essere stabile, permettere all’utilizzatore una certa libertà di movimento ed una posizione comoda, assicurando così all’utilizzatore un buon appoggio dei piedi ed il sostegno della zona lombare. Lo schienale deve essere regolabile in altezza e in inclinazione.

Normativa UNI EN 1335-2
Determinazione dei requisiti generali di sicurezza, dei meccanismi di regolazione e stabilità della sedia durante l’uso. Il sedile deve avere i bordi del piano smussati ed essere realizzato in materiale non troppo cedevole. Deve inoltre essere facilmente pulibile, essere facilmente permeabile al vapore acqueo ed essere facilmente spostabile anche in rapporto al tipo di pavimento.

Normativa UNI EN 1335-3
Determinazione dei parametri di riferimento relativamente alla stabilità, alla resistenza al rotolamento, alla fatica delle ruote, del sedile, dello schienale e dei braccioli e al carico statico sui braccioli. Il sedile di lavoro deve essere stabile e permettere all’utilizzatore una certa libertà di movimento ed una posizione comoda. Deve essere di tipo girevole, saldo contro lo slittamento ed il rovesciamento, dotato di basamento stabile o a 5 punti di appoggio.

Prove UNI

Resistenza a fatica del sedile e dello schienale

fatica.jpg

Sequenza di prove a forza e numero di cicli variabile effettuate in diversi punti del sedile e dello schienale.

Resistenza a fatica dei braccioli

res-fatica-braccioli.jpg

Carico simultaneo dei braccioli con una forza di 400N per un numero di 60.000 cicli (forza inclinata di 10° rispetto alla verticale).

Carico statico verticale

carico-statico-vert.jpg

Applicazione di una forza verticale di 750N per un numero di 5 cicli e successivamente di 900N per altri 5 cicli (prova eseguita su ogni bracciolo non contemporaneamente).

Fatica delle ruote

fatica-ruote.jpg

Rotazione della base per 100 ore alternando la direzione ogni 180° mantenendo un carico applicato sul sedile pari a 75 Kg.

Resistenza al rotolamento

res-rotolamento.jpg

Verifica della forza minima ( maggiore di 15N) necessaria allo spostamento della seduta.

Caduta

caduta.jpg

La sedia viene fatta cadere per un numero di 5 cicli da un’altezza di 400 mm. con un inclinazione di 10°.

Rotazione del sedile

rotazione.jpg

Rotazione della sedia sul proprio asse per un numero di 40.000 cicli con un carico applicato sul sedile pari a 700N e successivamente di 1.000N per altri 10.000 cicli.

Durata del meccanismo di regolazione in altezza del sedile

regol-altezza.jpg

Azionamento del meccanismo di regolazione in altezza del sedile per un numero di 30.000 cicli mantenendo un carico applicato sul sedile pari a 950N.

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